
Mappe | Serie in tre puntate, 3 di 3.
Come gli americani disegnano la mappa del futuro dell’AI, e dove ciascuno mette se stesso
La singolarità e il lavoro degli altri
Mappe, a quattro mani | Ottobre 2026
di Claudia Spinnato e Riccardo Pisa Simonini
Di che cosa si parla. Le prime due puntate erano mappe di numeri. Questa è una mappa di sguardi: quella che quasi 11 mila persone hanno disegnato rispondendo a un sondaggio. Ogni mappa ha un punto di vista. Qui il punto di vista è il dato.
Il futuro dell’AI si può misurare.
Ma chi risponde sta già dentro la misura.
E la mappa cambia a seconda di dove si mette.
1. Chi ha disegnato questa mappa
Insieme al modello economico raccontato nelle prime due puntate, Anthropic ha commissionato all’istituto Morning Consult un sondaggio su un campione rappresentativo di 10.980 adulti americani, tra l’11 e il 23 agosto 2026.
Le domande erano cinque. La prima chiedeva quando l’AI sarà in grado di svolgere otto compiti con la stessa qualità di un professionista esperto: dal più semplice, scrivere email e documenti di lavoro, al più ambizioso, fare una scoperta scientifica da premio Nobel. Le altre riguardavano quanto l’AI verrà davvero usata, quanto tempo fa risparmiare, se lavorerà da sola o accanto a una persona, e quanto ci metterebbe a ritrovare lavoro chi lo perde.
Il sondaggio serve agli autori per capire quale dei tre scenari sta nella testa delle persone. La risposta, in media, è lo scenario sostanziale: crescita forte, disoccupazione in lieve aumento, nessuna singolarità (rapporto tecnico).
Ma la media, qui, nasconde la cosa più interessante.
2. Due futuri nella stessa popolazione
Già oggi un americano su quattro pensa che l’AI sappia costruire e mantenere un software funzionante, quasi uno su cinque che sappia gestire da sola un piccolo negozio online. Entro il 2030, più della metà si aspetta un’attività online senza dipendenti.
Poi si arriva alla scoperta da Nobel, e la popolazione si spacca in due quasi esatte metà: il 39% pensa che l’AI ci arriverà entro il 2030, il 40% che non ci arriverà mai.
Non è una curva con un centro e due code. Sono due mappe del futuro incompatibili, disegnate dalla stessa popolazione nello stesso mese. E la parte rossa del grafico, il «mai», cresce man mano che il compito si fa più vicino a ciò che consideriamo pensiero: dal 19% per le email al 40% per la scoperta.
Chi ha ragione? Il sondaggio non può dirlo. Ma nel primo articolo di questa serie abbiamo visto che i fisici di TheoPhysEval (una valutazione su 50 problemi di fisica teorica) si chiedono proprio questo: perché sistemi che risolvono il 98% dei calcoli non abbiano ancora prodotto una scoperta. Il confine tra calcolare e scoprire è esattamente il punto in cui le due mappe si separano.
Non è una curva con un centro.
Sono due mappe del futuro,
disegnate dalla stessa popolazione
nello stesso mese.
3. Il mio lavoro no
C’è poi una domanda che il sondaggio ha fatto solo a chi lavora: quale parte delle proprie ore di lavoro andrà a compiti che l’AI saprà fare altrettanto bene entro il 2030.
Tra i lavoratori della conoscenza, la risposta mediana è il 27%. Ma se si ricostruisce la stessa misura a partire da come hanno risposto sugli otto compiti dell’elenco, cioè sul lavoro in generale, si arriva al 71%.
Le stesse persone, nello stesso questionario, ritengono l’AI capace di fare gran parte del lavoro, ma solo poco più di un quarto del proprio. Gli autori notano che è uno schema frequente nei sondaggi sulle nuove tecnologie.
Le spiegazioni possibili sono più d’una, e il sondaggio non sceglie. Forse chi fa un lavoro ne conosce le parti invisibili, quelle che non compaiono in nessun elenco di compiti e che una macchina difficilmente vedrebbe. Forse è più facile immaginare sostituibile il lavoro di qualcun altro. Probabilmente le due cose insieme.
4. Voi siete qui
Ogni mappa ha un punto di vista, anche quando non lo dichiara. Le mappe nei centri commerciali e nelle stazioni lo dicono con un pallino: voi siete qui. Senza quel pallino, la mappa è esatta ma inutilizzabile, perché non si sa da dove guardarla.
Rimesse in fila, le tre puntate di questa serie mostrano tre pallini diversi sulla stessa mappa.
Jack Clark, cofondatore di Anthropic, al Fondo monetario internazionale ha detto di vedere i primi segni della singolarità, e ha intitolato il suo discorso «dentro l’orizzonte degli eventi». Gli economisti della sua stessa azienda hanno costruito un modello che, per loro ammissione, non può generare una singolarità. E gli americani comuni, interrogati, si collocano nello scenario di mezzo, salvo spaccarsi a metà quando la domanda riguarda la scoperta, e mettersi in salvo quando riguarda il proprio lavoro.
Non è detto che uno dei tre abbia ragione e gli altri torto. È possibile che ciascuno veda bene da dove sta.
Una domanda che resta aperta
Nel primo articolo di questa serie abbiamo ricordato che l’orizzonte degli eventi, in fisica, non si riconosce mentre lo si attraversa: lo si vede solo dopo. Lo stesso vale, forse, per le mappe del futuro. La cosa che non sappiamo ancora disegnare è il pallino.
Dove siamo, noi, su questa mappa? E chi lo stabilirà: chi la disegna, chi la legge, o chi un giorno si volterà a guardare da dove non si poteva più tornare?
Nota di trasparenza. Questa serie è stata scritta a quattro mani con Claude Opus 5.5, un modello di Anthropic, l’azienda che ha prodotto il rapporto e il sondaggio di cui parliamo. Tutti i dati vengono dalla sezione 3.5, dalla figura 1 e dall’appendice B del rapporto tecnico.
Fonti principali
- Korinek, Jones, Sacher, Cotter, McCrory, Economic Scenarios for Transformative AI, Anthropic Institute (settembre 2026), sezione 3.5, figura 1, appendice B
- Anthropic, Scenarios for our Economic Future (settembre 2026)
- Chandra e altri, TheoPhysEval, arXiv (9 ottobre 2026)
- Jack Clark, Import AI 477 (19 ottobre 2026)
Mappa aggiornata al 21 ottobre 2026.
Grafici e immagine di copertina: AI Hybrid Observer, su dati Anthropic Institute.







