
Mappe | Serie in tre puntate, 1 di 3.
Che cosa si può copiare del software, oggi, e dove si sposta il potere
Hanno clonato Photoshop guardandolo. Ma ciò che conta non si lascia guardare
Mappe, a quattro mani | Ottobre 2026
di Riccardo Pisa Simonini e Claudia Spinnato
Di che cosa si parla. Un programma oggi si può copiare guardandolo funzionare. Il codice sui server, i modelli di AI, i dati di miliardi di persone, i chip, la fiducia, no. Da questo confine passa la nuova geografia del potere sull’intelligenza artificiale.
All’inizio di ottobre 2026 uno sviluppatore statunitense, Brandon Thomas, ha messo a disposizione gratis delle versioni di Photoshop, Premiere, Lightroom e altri programmi Adobe, costruite con l’aiuto dell’AI. Pochi giorni dopo è toccato a Word, Excel e PowerPoint. Sui social la notizia è rimbalzata così: «Photoshop è diventato open source».
Non è andata proprio così. Photoshop resta di Adobe, chiuso come prima: è stato clonato, cioè imitato da fuori, e il clone è stato reso libero.
Nella distanza fra queste due frasi c’è la domanda di questo articolo: che cosa si può copiare, oggi, e che cosa no?
E se copiare diventa facile, dove si sposta il potere?
Photoshop non è diventato open source:
è stato imitato da fuori.
La facciata del software, ciò che vediamo e usiamo,
non è più un recinto.
1. Copiare guardando
Il progetto si chiama ArtCraft: sette applicazioni che riproducono interfaccia e strumenti di Photoshop, Illustrator, Premiere, Lightroom, After Effects, InDesign e Acrobat, per Mac, Windows e Linux (tbreak). Sono open source: il loro codice sorgente, cioè le istruzioni scritte dai programmatori, è pubblico, e chiunque può leggerlo, modificarlo e ridistribuirlo. Le licenze scelte, MIT e Apache, sono tra le più permissive: permettono quasi ogni uso, anche commerciale.
Thomas ha lavorato con Claude Opus 5.5, un modello di Anthropic, e dopo Adobe ha clonato anche Office: WordCraft, GridCraft e DeckCraft somigliano moltissimo a Word, Excel e PowerPoint (PetaPixel). Ha raccontato che l’AI gli permette di lavorare come se fosse un’intera azienda.
Il metodo. Il codice di Adobe non è stato né rubato né letto. L’AI ha osservato i programmi mentre funzionavano e ne ha ricostruito il comportamento (MindStudio). È una forma di reverse engineering (ingegneria inversa): capire come funziona qualcosa partendo dal prodotto finito, senza i progetti originali. In questo caso si parla di reimplementazione clean-room (letteralmente “stanza pulita”): si riscrive tutto da zero, senza mai toccare il codice altrui.
In parallelo è esploso REA (Reverse Engineer Anything, “smonta qualsiasi cosa”), uno strumento gratuito che ha superato le centomila stelle su GitHub in una settimana (Decrypt). GitHub è la piattaforma dove gli sviluppatori condividono codice, e le stelle sono il segno di apprezzamento degli utenti. REA collega gli assistenti di programmazione basati sull’AI a strumenti professionali di analisi del software, come Ghidra, che la NSA (National Security Agency, l’agenzia statunitense di intelligence elettronica) ha reso pubblico nel 2019. Funziona su programmi per computer, app Android e siti web.
I limiti. Le app di ArtCraft sono dichiarate “early alpha”, cioè versioni molto preliminari, ancora lontane da un uso professionale. Imitare l’aspetto è una cosa; raggiungere l’affidabilità, le integrazioni e la rifinitura di un programma professionale è un’altra (Stork.AI). C’è poi una questione legale: ricostruire le funzioni senza copiare il codice è in genere considerato lecito, ma un’interfaccia troppo simile può violare il trade dress, la tutela dell’aspetto riconoscibile di un prodotto (tbreak).
Resta il fatto: la facciata del software, ciò che vediamo e usiamo, non è più un recinto.
2. Dall’altra parte del cavo
Per capire che cosa resta al riparo serve una distinzione che usiamo poco: internet non è il web.
Internet è la rete fisica e logica che collega fra loro miliardi di computer; il web è una delle cose che ci viaggiano sopra, le pagine che apriamo nel browser. Accanto al web, su internet, corrono le app, la posta, i pagamenti, e soprattutto il dialogo continuo fra il nostro dispositivo e computer lontani.
Ogni servizio digitale ha due metà. Il client è la parte che arriva sul nostro dispositivo: il programma installato, l’app, la pagina nel browser. Il server è la parte che resta sui computer dell’azienda, nei suoi data center. Il reverse engineering funziona su ciò che ci viene consegnato. Ciò che resta dall’altra parte del cavo non lo vediamo mai, e quindi non lo possiamo smontare.
Ecco che cosa, per ora, non si lascia copiare:
- Il codice lato server. Ad esempio, l’algoritmo con cui un motore di ricerca ordina i risultati, il sistema che approva un pagamento, la logica interna di una banca: se ne vede solo che cosa entra e che cosa esce.
- I modelli di AI chiusi. I pesi, i miliardi di numeri che costituiscono un modello come Claude o GPT, restano nei data center e non vengono mai consegnati. C’è però una crepa, la distillazione: interrogando un modello moltissime volte si può travasarne una parte del comportamento in un modello più piccolo. È l’accusa che alcune aziende statunitensi hanno rivolto a laboratori cinesi.
- I dati accumulati. Un clone di Instagram si scrive in fretta; le foto, le relazioni e la storia di due miliardi di persone no. È l’effetto rete: un servizio vale per quante persone lo usano, e un clone senza utenti è una stanza vuota.
- L’infrastruttura fisica. Chip, data center, le macchine dell’olandese ASML con cui si fabbricano i chip più avanzati. Non si copiano con il software: servono anni, miliardi e saperi sedimentati nelle mani delle persone.
- La fiducia istituzionale. Certificazioni, responsabilità legale, assistenza, la possibilità di sapere a chi rivolgersi quando qualcosa va storto. Un clone gratuito non firma contratti.
Lo scenario che si apre è un doppio movimento. Da un lato la superficie si apre: il software installabile diventa una merce che chiunque può riprodurre, e il suo prezzo tende a zero. Dall’altro le aziende spostano dietro il cavo tutto ciò che vale: più software come servizio (SaaS, Software as a Service, in abbonamento e via internet), più cloud, meno cose consegnate a chi le usa.
Il paradosso è che l’apertura della facciata accelera la chiusura del nucleo.
Il potere migra dal programma verso server, dati e infrastruttura: proprio dove i pochi grandi sono già più forti.
L’apertura della facciata accelera la chiusura del nucleo:
il potere migra dal programma
verso server, dati e infrastruttura,
dove i pochi grandi sono già più forti.
Una domanda che resta aperta
I cloni di Photoshop lasciano infine un’altra domanda, che riguarda le macchine ma non solo. Il reverse engineering di oggi copia il comportamento osservabile senza accedere al processo interno: ottiene qualcosa che si comporta come l’originale, ma non ne ha la storia. Che cosa intendiamo, allora, quando diciamo che due cose sono uguali?
Se il valore si sposta dietro il cavo, la domanda successiva è chi possieda ciò che ci sta dietro. Ne parliamo nel secondo articolo di questa serie, Quante AI ci sono in altre nazioni fuori da Cina e Stati Uniti?.
Fonti principali
- Phoronix, AI Makes “Open-Source, Clean Room” Implementations Of Adobe Photoshop & Premier In Rust (7 ottobre 2026)
- PetaPixel, There Are Free, Open-Source Versions of Microsoft Office Apps Thanks to AI (12 ottobre 2026)
- tbreak, ArtCraft open source Adobe alternatives
- Decrypt, From GTA V on iPhone to Free Photoshop: This AI Tool Is Upending Software
- MindStudio, AI Cloned Photoshop
- Stork.AI, AI Can Clone Your Apps. Now What?
Mappa aggiornata al 15 ottobre 2026.
Immagine di copertina: Simon Lee, Unsplash, rielaborata da AI Hybrid Observer.



