
Mappe | Serie in tre puntate, 3 di 3.
Due scenari, dai controlli sui chip a una scuola italiana
Se gli Stati Uniti bloccassero l’AI
Mappe, a quattro mani | Ottobre 2026
di Claudia Spinnato e Riccardo Pisa Simonini
Di che cosa si parla. Un servizio usato in tutto il mondo può essere spento dalla decisione di un solo governo. È già successo, per diciotto giorni. Due scenari su che cosa accadrebbe se il blocco fosse vero.
Nei primi due articoli di questa serie abbiamo visto che il valore dell’intelligenza artificiale si sposta dietro il cavo, nei server e nei modelli che non vengono mai consegnati (Hanno clonato Photoshop guardandolo), e che fuori da Stati Uniti e Cina quasi nessuno possiede tutti i livelli della propria AI (Quante AI ci sono in altre nazioni fuori da Cina e Stati Uniti?). Messe insieme, le due cose rendono concreta una domanda: che cosa succederebbe se Washington decidesse di bloccare l’AI per legge?
Dipende da che cosa si blocca. Gli scenari sono due, molto diversi, e uno ha già avuto una prova generale.
Per diciotto giorni un servizio di AI
usato ogni giorno da milioni di persone
è stato spento per decisione di un governo,
e riacceso per decisione dello stesso governo.
1. Un blocco esiste già, solo puntato altrove
Il blocco non è un’ipotesi da fantapolitica: è uno strumento che gli Stati Uniti usano da anni, finora soprattutto verso la Cina. Dall’ottobre 2022 il Dipartimento del Commercio limita l’esportazione verso Pechino dei chip più avanzati per l’AI e delle macchine per fabbricarli (CASRAI).
Nel gennaio 2025 l’amministrazione Biden ha provato a estendere la logica al mondo intero con la AI Diffusion Rule (regola sulla diffusione dell’AI). Divideva i paesi in tre fasce: gli Stati Uniti e 18 alleati stretti con accesso libero ai chip avanzati, la maggior parte degli altri con quote e licenze, i paesi sotto embargo esclusi. Era anche la prima norma americana a regolare i pesi dei modelli, cioè ciò che un modello ha imparato (United States Studies Centre). Due dettagli dicono molto: alcuni paesi dell’Unione europea, come Austria e Portogallo, finivano nella seconda fascia, e la regola trattava i modelli come un bene strategico al pari dei chip.
L’amministrazione Trump l’ha ritirata il 13 maggio 2025, pochi giorni prima che entrasse in vigore (USSC). Poi la direzione si è invertita di nuovo: da gennaio 2026 Nvidia e AMD possono chiedere licenze per vendere in Cina chip potenti come l’H200, valutate caso per caso, con un tetto pari alla metà di quanto vendono negli Stati Uniti, controlli sui clienti e test obbligatori prima della spedizione (Outlook Business).
In meno di quattro anni, quindi, le regole sono cambiate almeno quattro volte, e ogni volta con un atto del governo, non con una legge discussa a lungo. È questo il punto da tenere a mente: chi dipende dalla tecnologia americana dipende anche da decisioni che possono cambiare in pochi mesi.
2. Primo scenario: chiudere l’accesso a chi sta fuori
È il più plausibile, ed è già successo in piccolo. Il 12 giugno 2026 Anthropic ha sospeso l’accesso a due suoi modelli, Claude Fable 5 e Claude Mythos 5, per rispettare i controlli all’esportazione (export controls) del Dipartimento del Commercio statunitense: le regole con cui un governo limita la vendita all’estero di tecnologie considerate strategiche. I controlli sono stati revocati il 30 giugno e l’accesso è tornato il 1° luglio (dichiarazione di Anthropic). Diciotto giorni, sufficienti a mostrare il meccanismo.
Se un blocco del genere fosse ampio e duraturo, la sequenza probabile sarebbe questa:
- Lo shock. Aziende, scuole e professionisti europei che lavorano con Claude, ChatGPT o Gemini perdono gli strumenti da un giorno all’altro. Chi ha costruito i propri processi sopra le API (Application Programming Interface, i canali tecnici attraverso cui i programmi si collegano a un modello) resta scoperto.
- La corsa ai modelli già scaricati. I modelli open-weight (a pesi aperti) presenti sui propri computer non si possono richiamare: continuano a funzionare. L’indipendenza operativa, che sembrava un dettaglio, diventa decisiva.
- Lo spostamento verso Europa e Cina. Mistral e Cohere diventerebbero di colpo strategici; i modelli cinesi, spesso aperti e gratuiti, riempirebbero il vuoto. Chi si oppone a controlli severi usa proprio questo argomento: un blocco americano rafforzerebbe il concorrente che vorrebbe contenere. Chi li sostiene risponde che il rischio di consegnare capacità pericolose a Paesi avversari pesa di più.
- Il collo di bottiglia dei chip. Anche l’Europa più determinata dipende da Nvidia per addestrare i modelli. Se il blocco includesse i chip, la sovranità europea si fermerebbe lì. Restano due strade: chip cinesi, o anni di investimenti propri. ASML è europea, ma costruisce le macchine per fare i chip, non i chip.
3. Dove l’Europa è esposta
Per capire quanto farebbe male un blocco ampio, basta guardare tre livelli: dove stanno i dati, su quali chip si calcola, e che cosa l’Europa ha messo in cantiere per rendersi più autonoma.
| Livello | Quanto dipende dagli Stati Uniti | Fonte |
|---|---|---|
| Cloud (dove girano servizi e dati) | Amazon, Microsoft e Google hanno insieme circa il 70% del mercato europeo; i fornitori europei circa il 15%, contro il 29% del 2017 | Synergy Research, via The Register |
| Chip per l’AI nei data center | Nvidia ha fra l’80 e l’85% del mercato mondiale per fatturato nel 2026 | Presenc AI |
| Modelli di frontiera | I più usati sono americani; l’alternativa europea principale è Mistral, che a sua volta si addestra su chip Nvidia | secondo articolo della serie |
La risposta europea esiste, ma è lenta rispetto al ritmo di un decreto. Nel febbraio 2025 la Commissione ha lanciato InvestAI, un piano per mobilitare 200 miliardi di euro di investimenti nell’intelligenza artificiale, di cui 20 miliardi per le gigafactory dell’AI, grandi centri di calcolo pubblico-privati (Commissione europea). Il bando formale è uscito a luglio 2026 e la costruzione della prima è prevista per il 2027 (Commissione europea). E anche quelle, quando ci saranno, monteranno con ogni probabilità chip americani.
4. L’Italia il giorno dopo
Portiamo lo scenario in un luogo concreto. Il cloud della pubblica amministrazione italiana passa in gran parte dal Polo Strategico Nazionale (PSN), la società di TIM, Leonardo, Cassa Depositi e Prestiti e Sogei che ospita i dati di ministeri, enti locali e aziende sanitarie. I data center sono in Italia, ma molte delle tecnologie che ci girano sopra vengono da accordi con Google, Microsoft e Oracle; già nel 2023 il sottosegretario Alessio Butti segnalava il rischio che il CLOUD Act, la legge che permette alle autorità statunitensi di chiedere dati alle aziende americane ovunque si trovino, toccasse anche quei server (Startmag).
Il giorno dopo un blocco ampio, ci si troverebbe in tre situazioni diverse:
- Una scuola che usa piattaforme americane per la didattica e un assistente AI per gli insegnanti perderebbe per primo l’assistente, che vive tutto sui server dell’azienda. I documenti salvati nel cloud resterebbero forse leggibili, ma senza garanzia di aggiornamenti e assistenza.
- Uno studio professionale che ha costruito il proprio lavoro sopra un modello americano via API dovrebbe ripiegare su un modello europeo o su uno a pesi aperti fatto girare in casa: possibile, se qualcuno ha preparato l’alternativa prima, molto costoso se lo si scopre quel giorno.
- Un’amministrazione sul PSN continuerebbe a trovare i propri dati in Italia, ma dipenderebbe da licenze, aggiornamenti e supporto di tecnologie americane: la sede è nazionale, la catena no.
Nessuno dei tre casi è una catastrofe immediata. In tutti e tre, però, si vede la stessa cosa: l’indipendenza operativa di cui parlava il secondo articolo, cioè avere una copia in casa, vale solo se qualcuno l’ha costruita prima del bisogno.
Avere una copia in casa
vale solo se qualcuno l’ha costruita prima del bisogno:
scoprirlo il giorno del blocco
costa molto di più.
5. Secondo scenario: fermare lo sviluppo anche in casa
Il secondo scenario è l’opposto del primo. Qui gli Stati Uniti non chiudono la porta agli altri: tirano il freno a casa propria. È l’ipotesi di una moratoria, cioè una sospensione per legge dello sviluppo dei modelli di frontiera, i più avanzati, per ragioni di sicurezza.
Non è un’idea venuta da fuori. Nel luglio 2026 circa 1300 dipendenti dei grandi laboratori di AI hanno firmato la lettera Pacing the Frontier (“dare il passo alla frontiera”), che chiede al governo statunitense di costruire lo strumento per rallentare deliberatamente lo sviluppo, se e quando servirà: un freno pronto all’uso, non un divieto (pacingthefrontier.com). Su questo blog ne abbiamo parlato in Coxon, l’Ombra, Claude. Altri, con lo Statement on Superintelligence promosso dal Future of Life Institute, chiedono di più: vietare lo sviluppo della superintelligenza finché non ci sarà consenso scientifico sulla sua sicurezza.
Se un freno del genere scattasse davvero, che cosa succederebbe?
- I modelli esistenti resterebbero in uso. Una moratoria ferma i prossimi, non spegne quelli già in circolazione. Per chi usa l’AI ogni giorno, all’inizio cambierebbe poco.
- Ricercatori e capitali cercherebbero altri porti. Canada, Emirati, Regno Unito: i paesi del secondo articolo con infrastrutture e ambizioni proprie diventerebbero di colpo attraenti.
- La frontiera si sposterebbe, a meno di un accordo. Soprattutto verso la Cina, che non avrebbe ragioni per fermarsi da sola.
- Per l’Europa, la dipendenza cambierebbe indirizzo, non natura. Se la frontiera passasse a Est, continueremmo a usare modelli costruiti altrove, solo da un fornitore diverso e con regole diverse.
Per questo chi teme i rischi dell’AI considera desiderabile un freno solo se multilaterale, cioè condiviso da più paesi: uno unilaterale, sostiene, sposta il problema senza risolverlo. La storia offre qualche precedente. Nel 1975, ad Asilomar in California, furono gli stessi biologi a sospendere per un periodo alcuni esperimenti di ingegneria genetica finché non ci furono regole condivise; per i test nucleari, i trattati hanno retto anche perché un’esplosione si può rilevare da lontano.
Con l’AI la verifica è il nodo: un addestramento si svolge dentro un data center, e da fuori non si vede. Chi è contrario a ogni moratoria aggiunge che rallentare significherebbe rinunciare a benefici concreti, nella medicina come nella ricerca, e che un accordo verificabile fra potenze rivali è oggi difficile da immaginare. Chi la sostiene risponde che proprio per questo lo strumento va costruito prima, quando c’è ancora tempo per discuterlo.
Una lezione che si può leggere in due modi
Per anni, in Europa, la “sovranità digitale” è sembrata un’espressione da convegno. I diciotto giorni di giugno l’hanno resa concreta: per la prima volta un servizio di AI usato ogni giorno da milioni di persone è stato spento per decisione di un governo, e poi riacceso per decisione dello stesso governo.
Quella lezione si può leggere in due modi opposti. Il primo dice: dobbiamo costruire il nostro, adesso, anche se costa e anche se arriveremo tardi. Il secondo dice: il blocco è rientrato in poche settimane, la dipendenza si può gestire, e inseguire l’autosufficienza costerebbe più di quanto protegge. Entrambe le letture hanno argomenti seri, e quale delle due prevarrà non è ancora deciso.
I tre articoli di questa serie, messi in fila, mostrano però un filo comune. Il software si può copiare guardandolo; ciò che conta sta dietro il cavo, dove non si vede. Molti paesi hanno un modello proprio, ma quasi nessuno possiede tutti i livelli su cui si regge. E chi controlla quei livelli può decidere, in qualunque momento, chi li usa e a quali condizioni.
Restano domande che nessuno dei due scenari risolve. Quanto vale un’indipendenza costruita sempre su chip di un altro? Chi decide, in Italia, quale alternativa tenere pronta prima che serva: il governo, le università, le aziende, ciascuno per conto proprio? E se la sovranità sull’AI è una scala e non una condizione, su quale gradino ci basta stare?
Fonti principali
- Anthropic, dichiarazione sull’accesso a Fable e Mythos
- CASRAI, What changed: the AI chip export control landscape in 2026
- United States Studies Centre, The US AI Diffusion Rule
- Outlook Business, US Opens Door for Nvidia to Sell H200 AI Chips to China (14 gennaio 2026)
- The Register, US clouds crush European competition on their home turf (dati Synergy Research)
- Presenc AI, AI Chip Market Share 2026
- Commissione europea, InvestAI (11 febbraio 2025)
- Commissione europea, AI gigafactories
- Startmag, Polo Strategico Nazionale
- Pacing the Frontier (luglio 2026)
- Future of Life Institute, Statement on Superintelligence
- Sacra, $400M/year Napoleon of sovereign AI (su Mistral e Cohere)
Mappa aggiornata al 15 ottobre 2026.
Immagine di copertina: Jowita Jeleńska, Unsplash, rielaborata da AI Hybrid Observer.



